Il festival si svolge nella Médiathèque d'Essaouira, città atlantica del Marocco — antica Mogador portoghese, oggi luogo di convivenza tra culture berbera, araba, ebraica, francese, mediterranea.
L'Association La Dolce Vita à Mogador non voleva un festival italiano in trasferta né un festival marocchino che ospita l'Italia. Voleva un terzo luogo: un dialogo tra due cinematografie e tra due culture, ospitato in una città che da secoli pratica la convivenza.
Il nome lo dice in francese, lingua di scambio: Rencontres. Incontri.
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Il marchio lavora su tre livelli sovrapposti. Il profilo del gabbiano in ocra dorato — la mouette, simbolo di Essaouira, già segno della prima edizione: continuità, non rifondazione.
Il cerchio tratteggiato di puntini è insieme sole d'Essaouira al tramonto e bordo perforato della pellicola 35mm. La città che diventa fotogramma.
Il mosaico zellige policromo, con stelle a otto punte, esce dal cerchio come a estenderlo: geometria sacra islamica e campo cromatico di un proiettore. Tre piani — luogo, cinema, geometria del paese. Nessuno è citazione. Ognuno è struttura.
Il festival vive in francese (lingua principale del Marocco istituzionale e della Médiathèque), italiano (lingua del festival e dei film), arabo (lingua del paese). Tre alfabeti, tre direzioni di lettura — l'arabo si scrive da destra a sinistra — tre tradizioni tipografiche.
Chi affronta il problema come tecnico cerca il modo di farle convivere senza disturbo reciproco. Chi lo vive come culturale capisce che il loro convivere senza gerarchie è la dichiarazione politica del festival.
Non c'è una lingua principale e due traduzioni: ci sono tre lingue contemporanee. Ogni lettore vi trova la propria come prima lingua. Ed è esattamente questo che il festival vuole essere.
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Il rapporto col festival è continuativo da tre edizioni. In quest'arco lo studio ha curato l'intera comunicazione, ogni anno, con un sistema visivo che si declina senza ripetersi: brand identity, sito web multilingua, poster, libretto programma, inviti, segnaletica alla Médiathèque, allestimento delle sale.
Sigle video, contenuti social con piano editoriale e copertura giornaliera durante il festival, materiali per i partner istituzionali. Per social, sito web e produzione video il lavoro è condotto in collaborazione con La Balena Comunica, partner tecnico e creativo dello studio.
Disegnare l'identità di un festival al primo anno è un atto di brand identity. Curarla per tre edizioni consecutive è un'altra cosa: è la vita del progetto.
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Il calendario social dell'edizione 2025 ha messo alla prova il sistema sulla quantità. Ogni post è costruito con la stessa griglia compositiva: marchio in alto a destra, immagine a tutto campo virata in monocromia, blocco tipografico in basso a sinistra con titolo, autore, data, luogo. Il sistema regge perché è grammatica, non template.
La virata in monocromia — alternata sulle tre tinte fondamentali della palette: oro/seppia (la pietra di Essaouira al tramonto), ocra arancio (la calligrafia del marchio), malva/rosa antico (le tonalità interne dello zellige) — è il dispositivo che tiene insieme dodici immagini-fonte molto diverse fra loro.
La continuità cromatica fa percepire la serie come un unico oggetto editoriale, anche quando il pubblico la incontra in feed differenti, in giorni differenti, fra altri contenuti.
Il Mediterraneo che Kind of Blue rappresenta — una Napoli che guarda a sud e a oriente, non solo a nord — è una posizione professionale che pochi studi italiani occupano. Il dialogo con il Maghreb non è un esercizio esotico ma una continuità culturale: per Napoli l'Africa del Nord è sempre stata una direzione di sguardo naturale, prima ancora che professionale.
La Dolce Vita à Mogador è il caso che lo dichiara apertamente. Apre una direzione di lavoro: festival, residenze, programmi di cooperazione culturale, identità di luogo per istituzioni che lavorano sull'asse italo-mediterraneo. Un terreno che lo studio frequenta per affinità, non per opportunità.