BOP — Beats of Pompeii è una rassegna unitaria, prodotta e curata da Blackstar Entertainment di Napoli, che chiama all'Anfiteatro degli Scavi di Pompei tredici artisti diversi nel corso di un'estate.
Nell'edizione 2026 si va dal pop internazionale di Of Monsters and Men e Charlie Puth al jazz di Pat Metheny, dal sinfonico di Riccardo Muti al cantautorato di Vinicio Capossela.
Ogni artista, però, arriva con il proprio tour: il proprio produttore di tappa, le proprie immagini ufficiali, le proprie sponsorizzazioni. Il committente è uno: Blackstar. Le voci visive da tenere insieme sono molte.
Scorri orizzontalmente · nove tour, una sola firma di luogo





Tredici concerti di tredici artisti significano tredici fotografie diverse, tredici palette diverse, tredici registri tipografici diversi. Pat Metheny si presenta in un'immagine urbana americana; Riccardo Muti in un ritratto solenne; Of Monsters and Men in un collage punk-pop.
La nostra responsabilità: trasformare la sede della rassegna — l'Anfiteatro degli Scavi di Pompei — da semplice location a cifra editoriale. L'unità del programma non poteva venire dagli artisti, troppo diversi tra loro. Doveva venire dal luogo.
Pompei come firma, non come indirizzo.
Anteprima con sostitutivi visivi · i font reali sono Trajan (Adobe) e Akrobat (Fontfabric), in attesa di self-hosting
Il primo gesto: isolare la forma dell'Anfiteatro degli Scavi e portarla nel sistema visivo come segno editoriale. Ogni poster è attraversato da una mezzaluna tratteggiata bianca — una sezione dell'arena vista in pianta — che taglia la composizione.
Il secondo gesto: la scelta della cromia. Il rosso pompeiano non è un rosso scenografico generico, ma il colore specifico dei reperti dell'Anfiteatro: caldo, terroso, profondo. Tutti i poster portano questa cromia nella metà bassa della composizione.
Il terzo gesto: la grammatica del poster, identica per ogni artista. Nella metà alta l'immagine ufficiale, mantenuta nella sua estetica originale; la mezzaluna che taglia; nella metà bassa, rosso pompeiano con marchio, sound-wave, data, sede.
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Palette dominante estratta dai poster della rassegna: nero quasi assoluto, rosso pompeiano (colore specifico dei reperti dell'Anfiteatro), bordeaux profondo, bianco carta. CMYK e Pantone calcolati per approssimazione dai valori RGB.
Il cartellone unico della rassegna mette in fila le tredici date in una sola composizione. Non è il riassunto dei poster: è il poster di rango superiore, quello che il pubblico vede in metropolitana, all'ingresso dell'Anfiteatro, nei manifesti urbani della provincia.
La logica compositiva è identica al singolo poster ma scalata in serialità: la mezzaluna che attraversa, la fascia rosso pompeiano nella parte bassa, i tredici artisti incastonati in una griglia tipografica che li allinea senza appiattirli.
Il calendario social — Instagram, Facebook e canali dei partner — si è declinato in adattamenti 1:1 e 4:5 a partire dalla stessa famiglia visiva.
Quando un cartellone è troppo eterogeneo per trovare unità nei contenuti, l'unità può venire dal contenitore. In BOP la coerenza non viene da una griglia tipografica imposta agli artisti, ma dall'aver trasformato la sede in firma editoriale.
Il rosso pompeiano e la mezzaluna dell'arena non decorano: strutturano. Ogni poster, qualunque sia l'artista, dichiara prima di tutto «questo accade a Pompei».
Una seconda lezione, complementare: quando un cliente ha già un marchio radicato — come il marchio BOP — il primo lavoro è non toccarlo. Il secondo è costruirgli intorno un mondo che lo renda più potente senza tradirlo.